
1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 1-19)
Marzo 10, 2026
di Peter Amsterdam

1 Corinzi: capitolo 15 (versetti 1-19)
[1 Corinthians: Chapter 15 (verses 1–19)]
1 Corinzi 15 è il capitolo più lungo delle lettere di Paolo ai Corinzi e il terzo capitolo più lungo del Nuovo Testamento. Questo capitolo tratta in dettaglio il tema della risurrezione. Data la sua lunghezza e l’importanza dell’argomento, sarà presentato in tre sezioni.
Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano (1 Corinzi 15:1-2).
In questo capitolo, Paolo scrive per chiarire alcuni malintesi interni alla chiesa di Corinto riguardo alla risurrezione. Queste questioni gli furono probabilmente presentate nella lettera che i Corinzi gli avevano scritto (1 Corinzi 7:1). Per affrontare questo argomento, nel primo versetto inizia chiedendo loro di pensare al Vangelo come lui lo aveva predicato quando aveva fondato la chiesa di Corinto. Ricorda loro che avevano ricevuto il Vangelo, il messaggio della grazia di Dio attraverso Cristo e che erano salvati dal Vangelo che lui predicava.
Quando Paolo scrive della salvezza, usa il tempo passato, presente e futuro. Quelli che sono in Cristo sono stati salvati (Efesini 2:8), il che significa che i nostri peccati sono stati perdonati e il nostro posto nell’eternità è assicurato. Siamo salvati (1 Corinzi 15:2), Dio ci santifica adesso per farci diventare simili a Cristo. Saremo salvati (Romani 10:9-10) quando verrà il momento di presentarci davanti a Dio nell’eternità; siamo liberi da ogni peccato.
Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture (1 Corinzi 15:3-4).
Paolo ripete ai Corinzi le dottrine fondamentali che avevano ricevuto e in cui credevano riguardo al Vangelo predicato dagli apostoli e dalla chiesa primitiva. Questa sezione ci fornisce il riassunto più chiaro e più antico (circa 53 d.C.) del Vangelo apostolico, che Paolo descrive come «di primaria importanza».1
Paolo spiega perché era importante che i Corinzi comprendessero e credessero ai suoi insegnamenti sulla risurrezione. Insiste sul fatto che la risurrezione sta al centro del messaggio del Vangelo. Perché è così importante?
Paolo riassume il Vangelo come avente due aspetti principali: la morte e la risurrezione di Cristo. Entrambe avvennero «secondo le Scritture». Paolo ripete questa frase per sottolineare l’importanza della testimonianza scritturale e della risurrezione. Nulla era più fondamentale o più importante nella comprensione del Vangelo da parte di Paolo di questi insegnamenti.2
Parla per prima cosa della morte di Cristo, affermando: «Cristo morì per i nostri peccati». La sua morte in favore dei credenti portò alla riconciliazione con Dio e alla salvezza eterna per tutti quelli che lo avrebbero ricevuto e avrebbero creduto nel suo nome (Giovanni 1:12). Quando Paolo disse che la morte di Cristo era avvenuta secondo le Scritture, probabilmente aveva in mente la profezia di Isaia secondo cui il figlio di Davide avrebbe sofferto in favore del popolo di Dio (Isaia 53:1-12).
Paolo fece poi riferimento alla risurrezione, raccontando che Cristo fu sepolto, ma «è stato risuscitato il terzo giorno». Paolo non insegnò che Cristo risuscitò da solo, ma piuttosto che Dio Padre lo risuscitò dai morti.3 In un altro passo scrisse: «Paolo, apostolo, non da parte di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti» (Galati 1:1).
Che apparve a Cefa, poi ai dodici. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta, dei quali la maggior parte rimane ancora in vita e alcuni sono morti. Poi apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli (1 Corinzi 15:5-7).
Paolo afferma che tre giorni dopo la risurrezione di Cristo, Lui apparve a Cefa (il nome aramaico di Pietro), poi ai dodici. Dopo essere apparso ai discepoli, Gesù apparve contemporaneamente a più di cinquecento credenti. Apparve poi a Giacomo, fratello di Gesù, che sarebbe diventato un leader della chiesa di Gerusalemme (Atti 21:18). Infine, apparve a «tutti gli apostoli».
Paolo sottolinea che la maggior parte di questi credenti era ancora viva quando scrisse questa epistola. A questo proposito, il teologo Leon Morris ha commentato: «L’insistenza di Paolo sul fatto che la maggior parte di loro fosse ancora in vita dimostra la fiducia con cui poteva fare appello alla loro testimonianza. Potevano essere interrogati e i fatti potevano essere accertati».4 Paolo intendeva stabilire l’affidabilità storica della morte e della risurrezione di Gesù, gettando le basi per la sua argomentazione a favore della risurrezione di tutti i cristiani defunti.5
E, ultimo di tutti, apparve anche a me, come all’aborto; perché io sono il minimo degli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio (1 Corinzi 15:8-9).
Paolo affermò che Cristo gli era apparso sulla strada per Damasco «ultimo di tutti, come a un aborto». Sono state date varie interpretazioni dell’espressione ultimo di tutti usata da Paolo. Alcuni studiosi sostengono che forse fu cronologicamente l’ultima persona a vedere il Cristo risorto, mentre altri ritengono che ciò si riferisca alla sua affermazione di essere «il minimo degli apostoli».
Vedere il Salvatore risorto era uno dei requisiti per diventare apostolo (1 Corinzi 9:1). Tuttavia, l’ingresso di Paolo nell’apostolato fu diverso da quello dei dodici discepoli originari, perché Cristo gli apparve in modo miracoloso dopo la sua ascensione. Per questo motivo, Paolo si considerava un «aborto» (o «nato prematuro»). Questa espressione si trova solo qui, nel Nuovo Testamento, ed è piuttosto difficile da tradurre. Un commentatore biblico ha scritto: «Nel tentativo di esprimere la sua umiltà, Paolo si paragonò a un bambino nato prematuro, indicando una certa inferiorità rispetto a coloro che avevano vissuto con Gesù durante il suo ministero terreno».6
Paolo si considerava «il minimo degli apostoli» perché aveva perseguitato i credenti e la chiesa prima del suo incontro con Gesù sulla strada per Damasco. Inoltre, non aveva conosciuto Gesù nella sua vita terrena e nel suo ministero.
Ma per la grazia di Dio io sono quello che sono; e la grazia sua verso di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro; non io però, ma la grazia di Dio che è con me (1 Corinzi 15:10).
Paolo continuò a difendere la propria autorità sottolineando che Dio lo aveva scelto nonostante il suo passato. Data la sua storia di persecutore della Chiesa, non aveva alcun dubbio di essere stato chiamato come apostolo di Cristo solo «per grazia di Dio». Considerava la sua conversione e il suo apostolato un dono di Dio del tutto immeritato (Efesini 3:7-8). In altri passi Paolo insegnò che la vita cristiana inizia per grazia e continua attraverso la grazia di Dio ricevuta mediante la fede. Come scrisse un commentatore:
Per grazia di Dio sottolinea il senso di Paolo della straordinaria generosità di Dio nei suoi confronti, nonostante egli fosse totalmente indegno. In Paolo, tuttavia, questa grazia non fu sprecata, ma servì a dare energia alle sue fatiche e alle sue sofferenze più che agli altri apostoli (2 Corinzi 11:22-29).7
Il dono della grazia di Dio che Paolo ricevette lo portò a «faticare più di tutti loro» e la sua fiducia in Dio lo rese uno degli apostoli più efficaci.
Sia dunque io o siano loro, così noi predichiamo, e così voi avete creduto (1 Corinzi 15:11).
Paolo ribadì ai Corinzi il punto che aveva già espresso in precedenza, ovvero che esiste un solo Vangelo che lui aveva ricevuto e trasmesso loro: Cristo è morto per i nostri peccati, è stato sepolto ed è risorto (1 Corinzi 15:3-4). I Corinzi dovevano credere nella risurrezione di Cristo, che è il fulcro del Vangelo. Tutti gli apostoli continuavano a predicare questo messaggio e i Corinzi vi avevano creduto, quando erano diventati cristiani.
Ora, se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato (1 Corinzi 15:12-13).
Paolo proseguì argomentando a favore della futura risurrezione dei credenti sulla base della risurrezione di Cristo dai morti. Iniziò sfidando chi negava la risurrezione dei morti: se Cristo era risorto e i Corinzi avevano creduto in questo, come potevano negare la risurrezione dei morti?
In quanto ai Corinzi che dubitavano della risurrezione dei morti, non è chiaro cosa credessero esattamente a proposito di cosa sarebbe accaduto ai cristiani dopo la morte. Forse credevano che tutti i benefici della fede in Cristo fossero per questa vita e che poi l’anima avrebbe semplicemente smesso di esistere. In epoca greco-romana molti credevano che la morte fosse la fine e non ci fosse vita dopo la morte. Altri credevano che la morte del corpo liberasse una persona per un’esistenza puramente spirituale.
Sia che i Corinzi fossero stati influenzati da falsi insegnamenti o stessero mescolando la verità cristiana con le credenze culturali locali, Paolo procedette a usare la logica per correggere il loro modo di pensare, stabilendo innanzi tutto un collegamento diretto tra la risurrezione di Cristo e la futura risurrezione dei cristiani. Uno studioso della Bibbia lo ha spiegato come segue:
Per Paolo, qualsiasi argomento contrario alla risurrezione corporea negava la risurrezione corporea di Cristo. Poiché la risurrezione eterna dei credenti e quella di Gesù sono dello stesso tipo, non è plausibile che una sia possibile e l’altra impossibile. Se le persone non possono risorgere corporalmente, allora Gesù non è risorto. La realtà della risurrezione di Cristo invalidava qualsiasi obiezione filosofica alla possibilità di una risurrezione.8
La conclusione di Paolo, secondo la quale se non esistesse una risurrezione corporea dei morti allora nemmeno Cristo sarebbe potuto risorgere, sottolinea che i cristiani devono credere nella risurrezione dei morti. La negazione della risurrezione dei credenti da parte dei Corinzi negava in ultima analisi la risurrezione di Cristo, anche se affermavano di credere che Gesù fosse risorto.
E se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio che egli ha risuscitato il Cristo; mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano (1 Corinzi 15:14-15).
Paolo procede nuovamente usando la logica per delineare le conseguenze del pensiero dei Corinzi: se non esistesse una risurrezione corporea, allora la predicazione degli apostoli – e quindi la fede dei Corinzi – sarebbe vana, inutile. Questo a sua volta renderebbe falsa la testimonianza degli apostoli, rendendoli colpevoli di insegnare una menzogna e di essere «falsi testimoni di Dio». L’implicazione del negare la risurrezione corporea è che il cristianesimo sarebbe una religione priva di senso e la fede dei credenti sarebbe vana.
Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che sono morti in Cristo sono dunque periti. Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini. (1 Corinzi 15:16-19).
Paolo si sentì in dovere di ribadire per la quarta volta in questo capitolo che se i morti non possono risorgere, allora Cristo non è risorto. In tal caso, la fede dei Corinzi sarebbe stata «vana», come affermato nel versetto precedente. In questo caso, tuttavia, non solo la loro fede non avrebbe alcun beneficio, ma essi rimarrebbero nel peccato, quindi i credenti sarebbero «i più miseri di tutti gli uomini». La risurrezione di Cristo era la prova che la sua morte era il sacrificio sostitutivo per il peccato, motivo per cui Paolo fece riferimento alla morte di Gesù per i nostri peccati e alla sua risurrezione come una cosa trasmessa «prima di tutto» (1 Corinzi 15:3-4).
«Se Cristo non è risorto», allora la sua morte non ha pagato per i nostri peccati, e «se abbiamo sperato per questa vita soltanto», non abbiamo alcuna speranza di vita eterna con Dio in cielo. Le implicazioni di tale idea sarebbero che i cristiani che sono già morti non riceverebbero la promessa di Gesù della vita eterna: «Io do loro la vita eterna e non periranno mai» (Giovanni 10:28). Vediamo, quindi, quanto la risurrezione sia centrale nel messaggio evangelico. «La risurrezione di Cristo, fondata sulla verità della testimonianza oculare (1 Corinzi 15:4-S8), cambia tutto».9
(Continua.)
1 Alan F. Johnson, 1 Corinthians, The IVP New Testament Commentary Series (IVP Academic, 2004), 284.
2 Richard L. Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians. Vol. 7 (B&H Publishing Group, 2000).
3 Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians.
4 Leon Morris, 1 Corinthians: An Introduction and Commentary, Vol. 7, Tyndale New Testament Commentaries (InterVarsity Press, 1985), 180.
5 Crossway, ESV Study Bible (Crossway Bibles, 2008).
6 Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians.
7 Johnson, 1 Corinthians, 287.
8 Pratt, Holman New Testament Commentary—1 & 2 Corinthians.
9 Crossway, ESV Study Bible (Crossway Bibles, 2008).
Pubblicato originariamente in inglese il 16 novembre 2025.
